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Immagine della Rocca di Ravaldino a Forlì

Come Caterina Sforza divenne Signora di Forlì grazie alla Rocca di Ravaldino

La Rocca di Ravaldino a Forlì: se le sue mura potessero parlare, racconterebbero di Caterina Sforza, delle sue gesta e dei suoi gestacci

La Rocca di Ravaldino, a Forlì, è circondata da un soffice manto d’erba e da qualche giovane albero. Dove una volta ristagnava l’acqua melmosa del fossato, ora qualche forlivese porta a spasso i cani, qualcun altro si siede sul muretto che cinge quella verde terra di nessuno. 

Pochi fanno caso allo stemma che campeggia sulle mura squadrate, prive di merli: uno stemma piuttosto affollato, dove si incrociano il toro dei Borgia, i gigli di Francia e, al centro, le chiavi incrociate pontificie: i simboli di chi per ultimo ha conquistato quei bastioni con la forza. 

Eppure, nell’immaginario collettivo, la Rocca è legata alla sua precedente signora, colei che la fece ampliare per l’ultima volta, a fine ’400, e che la trasformò nel proprio baluardo proprio contro l’esercito francese e pontificio: Caterina Sforza.

Caterina Sforza: la reggente stratega che irrise i suoi carcerieri

Caterina Sforza prese possesso del titolo di Signora di Imola e Forlì nel 1488, proprio nella Rocca e grazie alla Rocca, grazie a uno degli stratagemmi che contribuirono ad accrescere la fama di entrambe. 

Prima di arrivare a quel momento, è bene fare un passo indietro nel tempo, un passo breve, di pochi mesi appena: nell’aprile di quell’anno, moriva assassinato Girolamo Riario, signore di Imola e Forlì e marito di Caterina Sforza. A provocarne la morte, una congiura ordita dagli Orsi: una famiglia nobile potentissima, con una forte relazione con lo Stato Pontificio. 

Caterina fu fatta prigioniera dagli Orsi assieme ai sette figli e la città di Forlì passò sotto al comando del cardinale di Cesena. Non proprio tutta, a dire il vero: la Rocca di Ravaldino resisteva, inespugnabile, e ancora saldamente in mano a Tommaso Feo, un fedelissimo di Caterina. 

Costretta dagli Orsi, Caterina Sforza si recò sotto le mura e implorò Feo di consegnare la Rocca ai nemici… Ma era solo una recita! Caterina aveva già istruito in segreto Feo di non cedere alle sue finte suppliche, e così egli si mostrò irremovibile, anche di fronte alla minaccia di vedere la propria signora passata a fil di spada. 

Dopo lunghe contrattazioni, Feo accettò di contrattare una resa, ma ne avrebbe discusso solo con Caterina e all’interno delle mura. Gli Orsi esitarono, perché temevano le astuzie della propria prigioniera, ma alla fine accettarono, a patto che lei entrasse da sola e per non più di tre ore. Il fattore decisivo che convinse gli Orsi erano i sette figli di Caterina, ancora in mano loro. Una madre non avrebbe osato ritorsioni se in gioco c’erano le vite dei suoi figli. O almeno, così credevano… 

La futura Signora di Imola e Forlì fra trappole, ricatti e gestacci

Il ponte levatoio che vide il ritorno di Caterina Sforza nella propria Rocca oggi non è più lì. Però possiamo immaginarlo: spesso, fatto di assi scure. Fu proprio lì sopra che Caterina, ormai giunta nei pressi del portone, si voltò verso gli Orsi e… fece un gestaccio! 

Lo narra Leone Cobelli nelle sue Cronache Forlivesi, il gesto si chiama “gli quatro fichi” (il “gesto delle fiche”: simile a quello di quando si ‘ruba il naso’ a un nipotino) ed era considerato allora un segno volgare, volgarissimo, paragonabile all’attuale dito medio. 

Inutile dire che Caterina Sforza non uscì dopo tre ore né cedette la Rocca agli Orsi. Anzi, fece puntare i cannoni della fortezza sui principali edifici della città, tenendo sotto scacco i propri nemici.

I rivali, beffati, minacciarono di uccidere i figli di Caterina, ma il ricatto non riuscì a smuoverla. Anzi, la leggenda vuole, e ancora una volta le pietre e i mattoni della Rocca sono gli unici a serbarne memoria, che la futura signora della città si produsse in un cenno ancora più volgare del precedente, scostando le gonne si indicò le pudenda, ossia lo “stampo” per produrre ulteriore prole. Il messaggio era chiaro: “Potete anche uccidere i miei figli, ne farò altri”. 

Davanti a tale impeto, lucido o spietato che fosse, anche gli Orsi cedettero e non osarono toccare i figli.

La sconfitta dei congiurati e il lungo governo di Caterina Sforza

Con Caterina all’interno, gli Orsi provarono a fare fuoco contro la roccaforte per prenderla con la forza, ma senza risultato. L’inespugnabile fortezza restava tale. 

Nel frattempo i fedeli di Riario e di Sforza avevano radunato un piccolo esercito alle porte di Forlì. Bastò questo a mettere in fuga gli Orsi e gli altri congiurati. 

Alla fine di quello stesso mese, aprile 1488, Caterina Sforza iniziò a governare come Signora di Imola e Forlì, in nome del figlio maggiore. Il suo governo sarebbe durato undici anni, spezzato solo dal celebre “assedio di Forlì”.

A tenderlo fu Cesare Borgia, spalleggiato dall’esercito francese e dallo zio pontefice. Contro uno spiegamento di forze così imponente, anche l’intrepida signora dovette capitolare. Inizialmente fu imprigionata a Roma, una volta scarcerata condusse una vita ritirata a Firenze.

La Rocca di Ravaldino oggi

L’assedio di Forlì non fu solo l’ultimo atto da reggente di Caterina, fu anche l’ultima battaglia per la Rocca. Di lì a poco sarebbe divenuta un carcere, quale è tuttora. 

Chi si trova a passare oggi nei pressi della fortezza infatti può notare le strutture penitenziarie moderne racchiuse entro le mura quattrocentesche. Non sono pochi i forlivesi che si chiedono se e quando ci si potrà affacciare di nuovo da quei bastioni e ripercorrere quei camminamenti, così ricchi di storia.

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