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Accoglienza e integrazione in Italia. Come funziona la rete Sai

Accoglienza e integrazione in Italia. Come funziona la rete Sai

Il Sai è il Sistema di accoglienza e integrazione che abbiamo in Italia, una rete formata dagli enti locali  – Comuni, Province, Unioni di Comuni ecc. – per realizzare progetti di accoglienza integrata sui territori. I destinatari di questi progetti sono le persone straniere titolari di protezione internazionale, o che hanno qualche tipo di protezione speciale, e i minori stranieri non accompagnati. Il Sai viene finanziato dal Governo con le risorse del Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’Asilo. Le azioni di accoglienza e integrazione vengono date in gestione a enti pubblici e privati del terzo settore, come le cooperative sociali.

Tra gli enti del terzo settore che collaborano con il Comune di Forlì per la gestione del Sai c’è la cooperativa DiaLogos che in questo momento accoglie nel territorio forlivese 45 persone.

A coordinare il servizio per la cooperativa è la socia Raffaella Guiducci. 

Raffaella Guiducci. 

Raffaella, ci spieghi meglio cos’è il Sai?
Il Sai è un sistema pensato per lavorare sull’integrazione delle persone straniere nelle comunità in cui sono accolte. Prevede due livelli di accoglienza: con il primo vengono forniti accoglienza con vitto e alloggio, supporto amministrativo, insegnamento della lingua italiana; con il secondo livello, invece, si lavora sull’integrazione delle persone straniere nella comunità, con percorsi formativi e servizi utili alla ricerca di un lavoro e di una casa, per esempio. Il tempo per cui si può usufruire del Sai è di 6 mesi, a meno che non ci siano delle proroghe, cosa che accade spesso perché nella maggior parte dei casi dopo soli 6 mesi la persona accolta si trova ancora nel bel mezzo del suo percorso di integrazione. 

L’accoglienza come viene organizzata?
Il Sai prevede un sistema di accoglienza diffusa. Vale a dire che si cerca di organizzare piccoli gruppi di persone in appartamento e di evitare le grandi strutture, come invece è più comune nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas), che vengono attivati dalle Prefetture per gestire i flussi di persone arrivate nel nostro Paese senza un documento valido. Purtroppo l’accoglienza diffusa non è sempre possibile, dipende molto dalle disponibilità dell’ente locale. 

consegna attestati di un corso con firma da parte di una partecipante
La consegna degli attestati al corso di italiano

Voi accogliete 45 persone, come sono suddivise?
Al momento abbiamo la disponibilità di 2 strutture comunali dove accogliamo rispettivamente 18 e 10 persone. Poi appartamenti con 4, 6 e 7 persone. 

Di che nazionalità sono le persone che accogliete?
La nazionalità è qualcosa che cambia nel tempo. Fino a un paio di anni fa la maggioranza delle persone arrivava dall’Africa, in particolare da Guinea, Costa D’Avorio, Nigeria nei primissimi anni, poi Somalia, Gambia, Ghana e Senegal. In quest’ultimo anno e mezzo c’è stato un ribaltone: abbiamo più pakistani, bengalesi e afgani.  

Che età hanno?
L’età media si attesta intorno ai 23 anni. Si va dal neo maggiorenne ai quarantenni e ai rarissimi quarantacinquenni. Questi ultimi sono i più difficili da inserire in percorsi di integrazione. 

Sono persone che intendono restare in Italia?
Chi accede al Sai di solito ha raggiunto uno status. Vuol dire che ha già fatto l’iter burocratico per un documento che gli permetta di restare in Italia. Quindi solitamente restano nei territori che li accolgono, se avessero avuto la possibilità sarebbero già andati via.

gruppo di donne
Il banchetto al Corso Donne Migranti

Succede che alla fine dei 6 mesi e dell’eventuale proroga una persona non sia ancora pronta ad uscire dal Sistema di accoglienza? Come vi comportate in questi casi?
Domanda tosta questa. Ci sono situazioni in cui le persone accolte hanno trovato un lavoro e sono riuscite a farsi una vita sociale fuori dal Sai, ma non riescono a trovare una casa. Il Sai non è un albergo, per cui la procedura è di far uscire dal sistema queste persone. Noi come cooperativa ci attiviamo per dare supporto nella ricerca dell’alloggio; per l’inserimento in progetti di housing presenti sul territorio; a volte chiediamo alla Caritas la disponibilità di un posto letto nei dormitori sociali. A volte c’è, a volte no. Come ultima spiaggia incoraggiamo la persona a chiedere aiuto ad altri connazionali anche fuori città. Uscire dal Sai con un lavoro, ma senza un posto letto in cui andare, in molti casi comporta la perdita del lavoro. 

Perché?
Perché se non hai un posto dove dormire e lavarti spesso perdi il lavoro. Ci sono state situazioni così, andate male dopo un percorso di accoglienza e integrazione riuscito.

Voi operatrici e operatori sociali come vivete questa situazione?
Io non riesco a passare dalla stazione della città senza guardare se tra le persone che cercano lì rifugio per dormire ci sia o meno qualcuno che conosco, che è passato dai nostri servizi. Quando accade ne resto molto colpita. Sento che nonostante gli sforzi fatti, non ho potuto fare abbastanza per aiutare quella persona. Per fortuna questi casi sono rari. In questi anni di lavoro nell’accoglienza mi sono occupata di più di 700 persone e quelle che sono finite per strada si contano su una mano. 

Nei casi che vanno bene cosa ti dà più soddisfazione?
Quando dopo un po’ di tempo incontri una persona che hai seguito e la senti parlare in un italiano che non avevi mai sentito e magari ha con sé un bimbo. Sono cose che fanno venire i brividi.

Secondo te il Sai così strutturato funziona?
No, a mio avviso il sistema di asilo in generale dovrebbe essere migliorato e andare più incontro alle esigenze delle persone. Al Sai accede la parte minore delle persone che avrebbero bisogno di percorsi di integrazione: solo quelle che hanno ottenuto una determinata protezione. Questa modalità limitata di accesso andrebbe rivista, perché lascia la maggior parte delle persone in balìa di se stesse senza un aiuto per l’integrazione. 

due donne all'interno di un auditorium pieno di persone
L’evento per la Giornata Mondiale del Rifugiato, nel 2019

Cosa ti piace del tuo lavoro?
In linea di massima mi sento utile. Cerco di fare il mio possibile e di fare in modo che le persone di cui ci occupiamo vivano al meglio il periodo di accoglienza. Quando rientro a casa e sento di aver inciso positivamente con il mio lavoro sulla vita di qualcuno è una sensazione molto bella e positiva. Poi ci sono anche i momenti di scoramento, dove purtroppo quello che hai fatto non è abbastanza, ma l’esperienza serve a strutturarsi meglio. 

Riesci a ‘staccare’ da ciò che vivi al lavoro quando vai a casa?
In cooperativa abbiamo fatto dei corsi di formazione proprio per aiutarci a mettere nel cassetto il nostro lavoro e a staccare, per concentrarci e dedicarci ai propri cari e alla propria vita. È difficile, ma ci si lavora.

Perché hai scelto questo lavoro?
Mi sono avvicinata a questa professione perché a mia volta ho vissuto in prima persona la vita in un Paese straniero. Ho passato 2 anni in Inghilterra per studio e ricordo i timori e le perplessità che vivevo, perché non ero completamente padrona della lingua e della cultura di quei luoghi. Poi io ero una studentessa, quindi vivevo una situazione completamente diversa da quella che vivono le persone accolte al Sai. Ho iniziato allora a interessarmi a questo ambito. 

Cosa hai studiato?
Ho studiato Sociologia delle Culture. Mentre studiavo ho anche iniziato a lavorare per una multinazionale. Un’azienda di quelle volte all’inseguimento del massimo profitto. Mi occupavo di aprire negozi in tutta Europa, ma l’interesse per l’ambito umanitario ha avuto il sopravvento. Finiti gli studi e mentre lavoravo ancora per la multinazionale mi sono avvicinata alla cooperativa DiaLogos (allora Sesamo), per poi decidere di dedicarmi interamente al mondo del sociale. Dal 2011 mi occupo esclusivamente di accoglienza, prima con il progetto Sprar o ora con il Sai. 

Essere socia di una cooperativa è diverso dal lavorare in una multinazionale?
Sì. Nella nostra cooperativa l’ambiente è sereno, diverso da quello da cui provenivo. C’è dialogo e armonia. Si discute, certo, ma è un approccio costruttivo. In DiaLogos teniamo conto delle esigenze di tutti, c’è molta flessibilità e attenzione. Gestiamo servizi attivi 24 ore su 24, anche nei festivi, ma riusciamo a staccare a rispettare i tempi di vita privati di tutti e tutte.

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