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“Questi ragazzi esistono”: la comunità per minori di Forlì che ha scelto di stare dentro al quartiere

Creata e gestita dalla cooperativa sociale Fuori Catalogo: questa è la sua storia, raccontata dall’educatrice Paola Mazzoni

Quando passi da Piazza Falcone e Borsellino, a Forlì, la comunità Zona non è difficile da trovare. È nel complesso Stadium, dove ci sono il Conad, la farmacia, i negozi del quartiere. Le finestre sono grandi, non ci sono tende a coprire l’interno. All’esterno capita che ci siano disegnate le campane col gesso colorato.

“Abbiamo scelto apposta una zona centrale – racconta l’educatrice Paola Mazzoni -. Le comunità devono anche smettere di starsene nascoste, in campagna o in posti dismessi. Noi abbiamo ristrutturato questo posto cercando di farlo bello, come se fosse per i nostri figli. Per questi ragazzi è significativo stare in un posto pulito, fresco e con il frigo pieno”.

Sostenere le famiglie senza spezzarle

Zona è una comunità semi-residenziale per ragazzi e ragazze dai 6 ai 17 anni, operativa da giugno 2025. È gestita dalla cooperativa sociale Fuori Catalogo, che si è costituita proprio per questo motivo, e Paola Mazzoni oggi ne è la presidente.

La comunità accoglie minori in difficoltà, “che vengono magari da deprivazioni economiche, affettive, e tutto quel che ne consegue”. Sono sia italiani che stranieri, alcuni anche con disabilità certificate.

“Non è una comunità residenziale pura: da noi i minori arrivano attraverso i servizi sociali, ma continuano a vivere con le loro famiglie – spiega Paola -. Noi siamo un sostegno. Quando accogliamo questi ragazzi, stiamo aiutando anche i genitori, che possono continuare a stare accanto ai propri figli. È un tipo di servizio che questo momento storico richiede, per sostenere le famiglie senza spezzarle”.

La settimana corta e i pranzi lunghissimi

Le porte di Zona si aprono dal lunedì al venerdì, per tutti i 12 mesi dell’anno. “Ma il telefono è reperibile h24, se hanno bisogno ci siamo”.

Le attività iniziano con l’uscita da scuola. Le educatrici recuperano i ragazzi nelle varie scuole di Forlì, e li accompagnano in comunità. Poi si pranza insieme.

“È un momento fondamentale. Durante il pranzo vengono fuori un sacco di cose, magari il nervoso della sera prima in famiglia, o qualcosa che non è andato a scuola: e mentre mangiamo se ne parla… I nostri pranzi durano tantissimo!

Poi, al termine, ognuno ha il proprio compito. Insegniamo anche le faccende domestiche: sparecchiare, mettere le stoviglie a lavare… anche questo fa parte del lavoro educativo”.

Scoprire l’altro per rivalutarsi

Dopo il pranzo arrivano i compiti e le attività. La comunità ha una capacità di 16 posti, ma oggi accoglie oltre 20 ragazzi perché non tutti restano per l’intera settimana, quindi si alternano.

Sono sia bambini che ragazzi, e questo crea una bella commistione. C’è il diciassettenne che magari prende le difese del più piccolo, oppure quello di sei anni che imita il più grande…

Ci si influenza a vicenda, come nell’auto mutuo aiuto, i loro vissuti si incontrano. Se sei un ragazzo che è stato sospeso da scuola per aver fatto a botte, sederti a tavola con ragazzi più piccoli, in un ambiente controllato, è un bel bagno di realtà.

Scopri che c’è un altro mondo oltre la tua quotidianità complessa. Scopri l’altro, e anche l’altro scopre te. Lui ha fatto a botte, sì, ma non è solo quello: magari è un fenomeno in matematica e mi aiuta a fare i compiti.

E noi educatrici siamo lì, a osservare tutto con licenza di fare da guida”. Tre educatrici, per la precisione: “Ma abbiamo in programma di allargarci, ci piacerebbe trovare un educatore maschio così da poter accogliere anche un altro punto di vista”.

Vincere la diffidenza

Il progetto di Fuori Catalogo è a lungo termine, i ragazzi vengono seguiti nel tempo. Ma la soddisfazione arriva già dai piccoli traguardi quotidiani: “All’inizio incontriamo tanta diffidenza, rispetto al cibo per esempio. I ragazzi non vogliono assaggiare cose nuove, accettano solo quello che già conoscono.

Poi, giorno dopo giorno, si inseriscono, osservano, e sperimentano. Tipo il gelato! Sembra incredibile, ma c’è chi non lo aveva mai mangiato. Questi micro cambiamenti per noi sono una soddisfazione immensa, perché tanti pezzi isolati iniziano a mescolarsi per davvero”.

“Quando ero una ragazzaccia

Poi chiaramente ci sono anche scalini più impegnativi da affrontare. “I ragazzi più grandi possono avere già imboccato strade difficili, aver commesso errori o reati. E qui la sfida è spingerli a reinventarsi, a trovare prospettive nuove per loro stessi.

L’altro giorno una adolescente mi ha parlato del suo passato dicendo ‘mi ricordo quando ero una ragazzaccia’. La scelta di questa parola fa sorridere, ma significa che ora si vede diversa”.

Ne risulta un quadro molto eterogeneo. “Di recente abbiamo accolto i primi due ragazzi della comunità cinese – aggiunge Paola – e stiamo lavorando benissimo con loro. All’inizio c’era tanta chiusura. Quasi non aprivano bocca. Ora si sono ambientati e c’è venuto il mal di testa da quanto parlano!”

Una comunità che vive il quartiere

Quando Fuori Catalogo si è trasferita nello Stadium, la piazzetta davanti alla sede era spesso sporca e usata come punto di ritrovo improvvisato. “Abbiamo fatto un patto di collaborazione col Comune: sistemato le fioriere, ripulito la piazzetta. C’era una parte di ‘bivacco’ che ora si è azzerata.

È la teoria della finestra rotta: un ambiente pulito favorisce la pulizia. Questo la gente lo nota, e lo apprezza. Siamo un presidio… forse un po’ rumoroso a volte, ma sono schiamazzi di ragazzi che giocano. È un’altra cosa…

Da lì sono nate altre relazioni con il territorio, con i negozi vicini e il comitato di quartiere. Forlì ha accolto bene Fuori Catalogo, e non era scontato. “Siamo entrati in punta di piedi e oggi sentiamo l’affetto delle persone. Partecipiamo a tante iniziative: per esempio a Natale, quando insieme al comitato di quartiere abbiamo consegnato i panettoni porta a porta agli ultra novantenni!

Per i ragazzi è importante, tutti loro hanno un grande problema di autostima. I loro comportamenti più distruttivi sono un grido di presenza: ‘io esisto’. Essere attivi, essere visti, permette loro di sentirsi reali, parte di una comunità”.

La nascita della cooperativa: “Io questo lavoro l’ho scelto da grande”

Paola è arrivata al ruolo di educatrice “da grande”. “Prima avevo un altro impiego, anche se ho sempre fatto volontariato. Poi a un certo punto ho capito che volevo che fosse questa la mia strada e mi sono riscritta all’università. Dopo varie esperienze, con Maurizia Salice, che è l’altra ‘veterana’, abbiamo fondato Fuori Catalogo. Con noi ci sono altri tre soci più giovani, su cui puntiamo molto”.

La forma cooperativa si è rivelata quella più adatta per il progetto. “L’aspetto mutualistico è fondamentale per noi. Le cooperative non agiscono solo per il profitto, ma per un bene ulteriore. Chiaramente devi reggere a livello economico, e all’inizio non è stato facile. Ma oggi è tutta un’altra cosa, finalmente siamo assestati. Abbiamo anche vinto Start Coop, il bando di Confcooperative Romagna-Estense a sostegno delle start-up cooperative. Vogliamo continuare a esistere e migliorarci, per noi e per i ‘nostri’ ragazzi”.

“Non possiamo guardare dall’altra parte”

Si intuisce allora il senso del nome che Paola e gli altri soci hanno scelto: “Fuori Catalogo significa rifiutare l’etichetta, la categorizzazione, rivendicare la propria unicità. In questo senso, noi e i nostri ragazzi siamo un po’ fuori catalogo”.

Stare ‘fuori catalogo’ significa anche, inevitabilmente, incontrare le resistenze di chi rifiuta la complessità.

Questi ragazzi sono uno specchio che riflette la nostra società. C’è chi non vorrebbe vederli, ma esistono. Non possiamo voltarci dall’altra parte e fingere il contrario.

Anche perché i nostri figli si relazionano con loro a prescindere, vanno a scuola insieme. Qual è la soluzione, chiudere tutti dentro campane di vetro? Il proibizionismo non funziona, la storia ce lo insegna. Bisogna conoscere, cercare di capire, guardare le cose da un’altra prospettiva. Investire tempo e pazienza per costruire un aggancio con questi ragazzi. Non sempre andrà bene, ma bisogna provarci”.

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